Nella rubrica "vivere biologico" raccolgo le ricerche e le informazioni che mettono in bella mostra la differenza tra un vivere puramente biologico di un animale selvatico e il vivere "civilmente" e un po' meno biologicamente dell'essere umano.
Questa distanza crea infatti lo spazio in cui l'organismo umano ha necessità di reagire con fisiologia speciale ad una posizione scomoda e in attrito con le leggi di vita, manifestando le cosiddette malattie.
Tra gli elementi che, al giorno d'oggi, sono fortemente coinvolti nel creare questo iato, troviamo quella tendenza esclusivamente umana alla sovradiagnosi e alla sovramedicalizzazione.
In questo articolo avremo una certa evidenza di quanto peso possa avere tale tendenza, mettendo a confronto il protocollo di intervento che la medicina applica all'essere umano rispetto a quello che la medicina veterinaria applica all'animale.
Proprio oggi è iniziata l'estate. Molti nelle prossime settimane si esporranno ai raggi solari, accompagnati da un certo timore di fondo che aleggia intorno al melanoma e ai tumori della pelle, ai rischi delle radiazioni ultraviolette e intorno alle campagne di screening preventivi con la mappatura dei nei.
Nella nostra società la paura è ad alti livelli, con punte di panico alimentate da una pressione mediatica crescente.
Il melanoma è infatti classificato come uno tra i tumori più metastatici, infiltranti, aggressivi e pericolosi, ed è misurato nella sua "malignità" in base a caratteristiche di spessore, velocità di replicazione cellulare, presenza di ulcerazioni, coinvolgimento dei linfonodi e metastasi in genere.
Le ulcerazioni, in particolare, sono ritenute segnali di elevata "malignità" e pericolosità.
Invece nella società equina non vi sono campagne di informazione e prevenzione, e in effetti i cavalli non se ne preoccupano affatto.
Ma anche gli stessi esseri umani, quelli che quotidianamente hanno a che fare con i cavalli, non si preoccupano del melanoma equino, perchè in medicina veterinaria è acquisito e scontato il fatto che i cavalli non muoiono di melanoma.
In particolare i cavalli grigi, che hanno una incidenza di melanoma dell'80%, si portano dietro tali forme tumorali fino alla vecchiaia e muoiono di altro.
Mentre un'ulcerazione su un essere umano mette in agitazione il medico per un intervento urgente prevalentemente di tipo chirurgico, un'ulcerazione su un cavallo viene medicata e può indicare al medico veterinario che il processo sta regredendo.
Ma allora sono cose diverse il melanoma in un cavallo e quello in un uomo?
Un melanoma è un processo che coinvolge le cellule del derma, lo strato basale profondo della pelle, che ha funzione di sostegno, protezione e nutrimento dell'epidermide esterna.
Il derma ha un'origine filogenetica molto antica, è innervato dal cervelletto (paleoencefalo), e quindi reagisce con una percezione biologica che è la medesima nell'uomo, nel cavallo e nella maggioranza degli altri animali.
Si tratta di una sensazione viscerale di "essere attaccato nella propria integrità".
Se l'uomo o il cavallo hanno bisogno di protezione da un attacco in un certo punto del corpo, il tessuto basale della pelle si ispessisce (Fase Attiva) accrescendo la sua funzione protettiva.
Quando non vi è più allerta perchè l'offesa è sventata, il tessuto in eccesso (fase PCL) viene smantellato da funghi e micobatteri (con ulcere maleodoranti) o, in assenza di microbi, viene incapsulato rimanendo in quello stato per il resto della vita.
L'uomo fa melanomi in ogni punto del corpo in cui sente di essere attaccato o insudiciato.
Il cavallo in cattività fa i melanomi in zone specifiche: principalmente nella zona perianale sotto la coda, spesso in seguito ad accoppiamenti forzati o ad inseminazione artificiale; nella commissura labiale, a protezione dal contatto con l'imboccatura metallica; sul pene, soprattutto in seguito a castrazione; nell'area oculare, per diversi motivi che possono avere a che fare con insetti e parassiti.
Il processo di proliferazione cellulare è descritto in ogni testo accademico più o meno allo stesso modo, eppure il melanoma dell'uomo veicola un carico di paura intrinseco, mentre al contrario nessuno insegna la paura del melanoma del cavallo.
In base a queste due diverse percezioni del medesimo fenomeno, come viene quindi gestito clinicamente?
Nell'uomo si interviene rapidamente e drasticamente, in funzione del grado di "malignità" rilevato, generalmente con asportazione chirurgica.
Invece in medicina veterinaria si concorda che i melanomi del cavallo hanno raramente bisogno di intervento.
Solo in rarissimi casi è necessaria l'escissione chirurgica a causa della grandezza della proliferazione stessa che può provocare impedimenti meccanici ad alcune funzioni vitali (defecazione, protrusioni palpebrali ecc.).
In generale viene sconsigliata la rimozione chirurgica a causa di recidive con proliferazioni maggiori rispetto a quelle iniziali.
Si nota che in alcuni casi queste proliferazioni ulcerano fino a scomparire.*
Nel cavallo non si interviene affatto.
Perchè si sa che il melanoma può rimanere e senza rischi, può incistarsi, può anche andare via da solo e può essere rimosso nel caso di impedimenti meccanici. Tuttavia si tende a evitare l'intervento, perchè si è consapevoli che la probabilità che si riformi è molto alta.
Un tale epilogo è evidente nel suo senso biologico: se c'è il bisogno di proteggersi in un punto e qualcuno rimuove la protezione, l'organismo cercherà di ricrearla, anche più forte di prima.
Il melanoma equino e umano hanno caratteristiche comuni, sia a livello immunologico, sia istologico, sia patogenetico, e allora oggi la ricerca scientifica sta disegnando la strada: "dobbiamo trovare quei fattori sconosciuti che inibiscono o ritardano le metastasi nel melanoma del cavallo"*.
Ovvero, considerando acquisito il principio metastatico, la scienza sta cercando la risposta alla domanda "qual è quella cosa speciale che consente al cavallo di resistere alle metastasi, e che l'uomo non possiede?"
Ricordi l'orso che resiste al colesterolo e al diabete?
La ricerca può essere precisa e tecnicamente ineccepibile, tuttavia, quando non si concede il dubbio se la domanda sia corretta, rischia di procedere per vani tentativi.
Se invece prende atto che l'ipotesi metastatica non è solida, possono sorgere nuove domande, una delle quali potrebbe essere: "se il cavallo arriva alla vecchiaia con i melanomi, senza fastidi, sintomi ed handicap, l'uomo cosa fa di diverso per produrre le reazioni successive che lo mettono in pericolo di vita?"
Un indizio per iniziare a battere una nuova strada: "un cavallo cosa risponde al suo veterinario quando gli dice che ha 3 mesi di vita?"
E con questa domanda torniamo all'argomento centrale, cioè a quei fattori che esasperano lo iato tra il "vivere biologico" dell'animale e il vivere civile umano, in mezzo ai quali la tendenza interventista della sovradiagnosi e della sovramedicalizzazione ha notevole impatto e forte effetto nocebo.
*La fonte di questo articolo e delle singole citazioni è lo studio comparativo tra melanoma umano ed equino, svolto dalla dottoressa Benedetta Nesti, medico veterinario, e presentato al convegno "Siamo vivi per miracolo - davvero siamo così malati come ci dicono?" organizzato a Milano il 26/04/2015 da Salute Attiva Onlus.
Ecco il video integrale dell'intervento.
Il melanoma uccide? No, se sei come il cavallo
agosto 15, 2015
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